Cosa ho imparato di teoria e pratica in vent’anni di cantieri
Una delle domande che mi vengono poste più spesso dopo un terremoto è al tempo stesso la più semplice e la più difficile: “Quanto tempo ci vorrà per tornare a casa?”
Il percorso può sembrare infinito a chi lo vive in prima persona e, in alcuni casi, lo è davvero. Ma tornare a casa dopo un forte terremoto comporta perizie strutturali, progetti, permessi di costruire, sovvenzioni, procedure amministrative, cantieri, ispezioni e collaudi: tutte fasi che hanno un unico scopo, ovvero rendere nuovamente sicuro e fruibile l’edificio. Comprendere queste fasi aiuta le persone ad affrontare meglio anche i tempi lunghi, e a capire a che punto del percorso si trovano prima di poter tornare a casa.
La sicurezza prima di tutto
Nei giorni e nelle settimane immediatamente successivi a un terremoto, la priorità non è ancora quella di ricostruire, ma di mettere in sicurezza le persone e stabilire quali edifici possano essere utilizzati.
Dopo la scossa viene effettuato un primo sopralluogo tecnico speditivo, generalmente da parte dei tecnici del Comune e, quando necessario, con il supporto di professionisti del territorio incaricati di verificare quali abitazioni siano inagibili e quali possano ancora essere utilizzate.
A questa prima verifica seguono i sopralluoghi della Protezione Civile, finalizzati alla compilazione delle schede AeDES, che registrano i danni e consentono di valutare le condizioni di agibilità e le eventuali misure urgenti da adottare. Sulla base degli esiti delle verifiche e delle schede, il Comune può emettere specifiche ordinanze di inagibilità per i singoli edifici, disponendo ufficialmente l’allontanamento degli occupanti, quando necessario.
Queste verifiche appartengono però alla fase dell’emergenza e non sostituiscono l’approfondita valutazione strutturale, necessaria per progettare la ricostruzione. Sapere che un edificio è inagibile non significa ancora sapere come debba essere riparato o ricostruito.
I sopralluoghi per una valutazione più dettagliata
Superata la fase di emergenza, inizia quindi una valutazione tecnica più dettagliata, indispensabile per attivare la procedura di ricostruzione e presentare la richiesta di finanziamento. Sulla base degli esiti della scheda AeDES e dell’ordinanza comunale relativa all’edificio, il proprietario si rivolge a un tecnico qualificato che ricostruisce la storia dell’edificio, verifica la documentazione edilizia e catastale ed esegue il rilievo geometrico, fessurativo e materico. A questi si aggiungono, quando necessari, indagini su materiali e fondazioni, oltre che sul terreno di fondazione, con il supporto di un geologo.
Questa fase consente di conoscere e diagnosticare in modo preciso danni e vulnerabilità per definire l’intervento più appropriato: dalla semplice riparazione locale al miglioramento sismico , fino a interventi più estesi o, nei casi più gravi, alla demolizione e ricostruzione. La diagnosi costituisce la base tecnica per completare la fase burocratica di richiesta dei contributi pubblici.
Il progetto e l’iter autorizzativo
Una volta completata la diagnosi dell’edificio, si passa dunque alla progettazione degli interventi e alla richiesta del contributo per la ricostruzione, secondo le norme previste per lo specifico evento sismico e per il territorio interessato. Sulla base del rilievo e della valutazione dei danni, il professionista predispone la documentazione e la modulistica necessarie, insieme a un progetto completo degli interventi architettonici, strutturali e impiantistici, comprese le opere relative alla sicurezza. Il progetto definisce anche la soluzione tecnica più adeguata, valutando necessità, efficacia e rapporto costi-benefici.
La documentazione viene quindi presentata all’Ufficio Speciale per la Ricostruzione, che procede all’istruttoria e alla determinazione del contributo spettante, in relazione alle caratteristiche dell’edificio e all’entità dei danni. L’iter si conclude con il decreto di concessione del contributo, che consente di passare dalla progettazione alla fase operativa della ricostruzione.
È proprio in questa fase che chi ha vissuto un terremoto spesso si trova di fronte a una realtà difficile da accettare: anche quando la casa è chiaramente danneggiata, i lavori non possono semplicemente iniziare, perché occorre prima definire i dettagli tecnici degli interventi, ottenere le autorizzazioni necessarie e completare un complesso iter burocratico per la richiesta di sovvenzioni.
Esecuzione, chiusura dei lavori e ripristino agibilità
Una volta fatto approvare il progetto sotto il profilo urbanistico, edilizio, strutturale ed economico e completato l’iter per la concessione del contributo, si può entrare nella fase operativa della ricostruzione.
Si procede con la selezione dell’impresa e l’affidamento dei lavori, seguiti dalla direzione dei lavori architettonici, strutturali e impiantistici da parte di noi tecnici incaricati. Durante il cantiere, le prestazioni di imprese e professionisti sono generalmente liquidate per stati di avanzamento dei lavori (SAL), secondo le modalità previste.
Terminati i lavori, inizia la fase di chiusura tecnica e amministrativa. Per gli interventi di miglioramento e adeguamento sismico il direttore dei lavori strutturali redige la relazione a struttura ultimata; il collaudatore esegue il collaudo statico e infine viene presentata la comunicazione di fine lavori e la richiesta di agibilità agli uffici competenti. Negli interventi di riparazione locale invece del collaudo finale il direttore dei lavori redige una dichiarazione di regolare esecuzione.
Con il ripristino dell’agibilità si conclude l’iter della ricostruzione e, finalmente, le famiglie possono rientrare nell’immobile.
Quanto tempo ci vorrà prima che i lavori siano completati?
Questa è una delle domande più difficili, perché non esiste un calendario standard valido per tutti gli edifici. La durata dipende dall’entità dei danni, dalla complessità dell’immobile, dagli adempimenti necessari e, una volta aperto il cantiere, anche dalle condizioni di esecuzione dei lavori.
Per gli edifici con danni lievi, che generalmente hanno priorità nelle operazioni di ripristino, è realistico considerare circa un anno/anno e mezzo per la fase dei sopralluoghi e dell’emergenza. A questa segue la fase di rilievo, conoscenza e diagnosi dell’edificio, che richiede generalmente alcuni mesi tra verifiche tecniche, progettazione e adeguamento alle normative nel frattempo entrate in vigore.
Una volta ottenuto il contributo e avviato il cantiere, i lavori possono richiedere per gli interventi più semplici fino a oltre un anno, anche a causa di eventuali proroghe o imprevisti. Terminati i lavori, occorrono poi altri due-sei mesi circa per completare gli adempimenti tecnici e amministrativi.
Per gli edifici con danni più gravi invece, la sola fase esecutiva può durare tre-quattro anni o anche più, in funzione della complessità dell’intervento, delle condizioni del cantiere, dell’impresa esecutrice e di eventuali criticità o varianti che possono richiedere ulteriori proroghe. I tempi possono allungarsi ulteriormente per condomini, edifici nei centri storici o sottoposti a vincoli, dove sono coinvolti più soggetti con danni di diversa entità, e le procedure richiedono un maggiore coordinamento. In alcune località dell’entroterra marchigiano colpite dal sisma del 2016, ad esempio, a dieci anni dal terremoto i cantieri sono ancora attivi e molti residenti hanno dovuto trasferirsi sulla costa o in altri comuni.
Per questo è importante considerare queste tempistiche come indicative e non come scadenze. Comprendere fin dall’inizio le complessità dei tempi della ricostruzione aiuta le persone a pianificare con piena consapevolezza e ad affrontare la burocrazia con un percorso chiaro da seguire, anziché limitarsi a subirla.
Affidarsi fin dall’inizio a un professionista esperto in sicurezza sismica e ricostruzione post terremoto significa affrontare ogni fase con maggiore consapevolezza, al riparo da decisioni affrettate e supportati nel creare le basi per un rientro nell’edificio in piena sicurezza.